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Porta Venezia (già Porta Orientale fino al 1860, Porta Riconoscenza in epoca napoleonica, in milanese anche Porta Renza) è una delle sei porte principali di Milano, ricavata lungo i bastioni spagnoli, oggi demoliti; situata a nord-est della città, sorge al centro di piazza Oberdan, allo sbocco di corso Venezia.

La tradizione letteraria di Porta Venezia

Se da questa porta Renzo Tramaglino compie il suo ingresso in città e la sua fuga verso Bergamo nei Promessi Sposi, Manzoni non è stato l’unico genio letterario a citare Porta Venezia all’interno della sua opera con un ruolo determinante. Dopo Manzoni, ma prima di Miss Keta, c’era infatti Dino Buzzati a vegliare su Porta Venezia dal suo appartamento affacciato sui Giardini “Indro Montanelli”. Buzzati, nato in provincia di Belluno, fece di Milano la sua città d’adozione e vi svolse tutta la sua carriera di inviato, scrittore, drammaturgo e pittore. Aveva anche un secondo cognome, Traverso, che a ben vedere, se esplicitato e non ignorato, avrebbe raccontato in anticipo molto della sua arte.

Autore di un grande numero di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, Buzzati infatti viene oggi considerato, insieme a Italo Calvino e Tommaso Landolfi, uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano. La moglie Almerina, anche lei di origine veneta – il nome deriva da un personaggio di Carlo Goldoni – morta il 22 novembre 2015, custodì gelosamente fino alla fine tutte le raccolte di Buzzati: libri, stampe, quadri, disegni, fotografie e documenti, lasciando intatti persino gli arredi come il giornalista li lasciò alla sua morte nell’appartamento sui giardini pubblici di Porta Venezia.

Buzzati e i suoi dipinti

Di quadri, non solo suoi, è pieno anche il soffitto, lo studio e il bagno; per Buzzati, infatti, più che uno svago, la pittura fu un secondo mestiere. Per questo, le opere pittoriche di Buzzati sono fortemente legate alle atmosfere e alle situazioni dei suoi romanzi e dei suoi racconti, tanto da poterli definire parte di un continuum che accavalla le tematiche dell’erotismo, del delitto, della morte e della colpa il tutto dentro una graphic novel che si potrebbe immaginare disegnata a quattro mani con Andy Warlhol, che Buzzati conobbe nel 1965 durante il suo secondo viaggio a New York. Favole grottesche, sogni malinconici, desideri e paure inesplicabili attraverso cui, con un tono narrativo fiabesco, Buzzati affronta temi e sentimenti quali l’angoscia, il timore della morte, la magia e il mistero, la ricerca dell’assoluto e del trascendente, la disperata attesa di un’occasione di riscatto da un’esistenza mediocre, l’ineluttabilità del destino spesso accompagnata dall’illusione di poterne guarire magari attraverso una allucinazione salvifica.

L’atmosfera onirica di Porta Venezia nelle pagine di Buzzati

Chiamato spesso “il Kafka italiano”, Buzzati condivide con il genio praghese – oltre al paradossale destino di aver visto spesso incensate le sue opere solo dopo la sua morte – una prosa alla fine lineare, piana, dal piglio tipicamente giornalistico. Ma l’apparente nitore della scrittura nasconde una fittissima rete di allegorie e metafore tesa a sublimare fisime e fantasmi, stesi su carta in forma fantastica per rimpicciolirli; attraverso questa lente, insieme borghese e beat, pragmatica e ossessionata, descrisse la zona di Porta Venezia collocandola in un’atmosfera onirica: come se fosse sospesa nel tempo, pronta ad accogliere una nuova speranza o, più probabilmente una nuova inevitabile sventura.

Dietro la giocosità di toni e dentro la vivacità di colori che infiocchettano la scrittura di Dino Buzzati si cela infatti sempre un’operazione, potremmo dire vagamente gaddiana, che genera una “cognizione carnevalesca del dolore”: una parata colorata la cui magia conserva però nel cuore sempre un po’ di decadenza; una nostalgia senza cinismo che intesse con la realtà un dialogo segreto, oltre l’immaginazione e lo sguardo.

Per questo sì, forse anche Buzzati si nascondeva dietro una maschera, a volte persino colorata e provocatoria: ma di sicuro meno luccicante di quella di Miss Keta.