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La casa in cui a Verona nacque lo scrittore Emilio Salgari è attualmente un’abitazione privata non visitabile. Sembra una coincidenza, ma forse guardando alla sua biografia e alla sua narrativa probabilmente non lo è.

E magari il bassorilievo bronzeo opera del pittore e scultore Nicola Beber, che nel 2012 ha voluto omaggiare i 150 anni dalla nascita, se lo interrogate potrebbe davvero svelarvi qualcosa di meraviglioso.

La passione per la ricerca documentale

Salgari condivide con un altro veronese illustre, Cesare Lombroso, il padre della antropologia criminale, non solo la città di nascita e quella di morte (Torino), ma anche il periodo storico e la vocazione da vero “irregolare” rispetto alla intellighenzia del tempo. Certo, le critiche rivolte a Salgari sono poca cosa rispetto a quelle rivolte al conterraneo Lombroso, ma entrambi condividono la passione, a volte velleitaria e ingenua ma comunque indefessa, per la ricerca documentale.

Erano dei detective nati: mentre camminavano, mentre parlavano, mentre discorrevano, nella loro casa o in viaggio, erano sempre attratti da qualcosa che nessuno vedeva, raccogliendo così un cumulo di oggetti e materiali, di cui lì per lì nessuno, forse neanche loro, sapevano spesso dare un senso.

Le tristi vicissitudini della famiglia Salgari

Entrambi inoltre la tragedia l’avevano già alle spalle, che è come averla sempre di fronte: se Lombroso era di origine ebrea, Salgari dovette scontare una madre morta di meningite poco più che quarantenne (quando lui aveva 25 anni) e poco dopo un padre suicida, destino che lo scrittore, disperato e assediato dai debiti, alla fine ripercorrerà.

Il desiderio di rivincita che infonde nella scrittura

Per Salgari, l’intreccio tra la sua indole sognatrice e un vissuto così doloroso modificò la direzione delle sue storie, le inasprì, e si può essere sicuri che Sandokan e il Corsaro Nero non avrebbero avuto una diffusione così universale se a generarli non ci fosse stato questo desiderio di rivincita che Salgari, nel chiuso della sua stanza, invocava per primo per sé stesso e che sosteneva per intero la sua fatica.

Il suo Risorgimento, la sua rivoluzione, quella che doveva portarlo a un’esistenza migliore, Salgari li perse. Ma si batté fino all’ultimo respiro e ogni nuovo libro divenne una sfida mortale: scriveva con la sensazione di giocarsi sempre il tutto per tutto, con la consapevolezza di poter soccombere. In lui straripava lo stesso slancio giovanile proprio dei diaristi o dei cronisti dell’epopea garibaldina, ma con il rimpianto di essere arrivato tardi rispetto alla Grande Storia; per questo, lo schema narrativo che usò per restituire nella finzione tutta la Storia a cui non aveva fatto in tempo a partecipare è di una semplicità quasi disarmante.

A chi si rifanno i personaggi di Salgari

Come Lombroso, Salgari studiava meticolosamente le facce che avrebbero animato le sue pagine: Sandokan aveva il viso di Garibaldi, marinaio come lui, i capelli erano gli stessi, lo stesso il dono e il culto del coraggio; Yanez poteva essere Nino Bixio (che andò a morire di colera proprio nell’arcipelago malese, a Sumatra); i tigrotti, naturalmente i Mille; Marianna, la Perla di Labuan, che muore tra le braccia di Sandokan, ricalcava nei tratti e nei modi Anita nelle valli di Comacchio; l’Inghilterra colonialista sostituiva l’impero austro-ungarico, lo straniero oppressore, e sir Brooke il maresciallo Radetzky.

Salgari descrisse queste vicende con passione vera, ma anche con la rabbia di un parvenu che è arrivato tardi a un crocevia della Storia a cui avrebbe voluto tanto essere protagonista. Salgari è intriso di nostalgia e di psicosi letteraria. Così, la sigaretta di Yanez dà sempre l’idea di essere l’ultima, come quella di Zeno descritto da Svevo.

Salgari – la cui prosa Umberto Eco, nel suo saggio sul Kitch, ha accostato a Proust e Tomasi di Lampedusa – è un generoso mitomane, un visionario, un pazzo di quelli che Lombroso avrebbe studiato con meticolosa e partecipata attenzione. Un matto che inventa una via di fuga spettacolare: un altro continente, un’altra umanità con cui inscenare i suoi sentimenti popolata di pirati, spadaccini, esploratori, di oppio, cibi tropicali e frutti esotici.

Esotico, eppure profondamente italiano

Contrariamente alle apparenze, Salgari resta però uno scrittore profondamente italiano, che parla dell’Italia: ha solo bisogno di un altro modo di chiamare le cose per riuscire a dirle. In questo, l’opera di Emilio Salgari dimostra come una delle strade verso la bellezza sia la fantasia: in qualche modo, infatti, Salgari fugge dall’Italia come fugge dalla sua vita, la nasconde anche a sé stesso, le muta il nome. Ma è da lì che parte, ed è lì che rincasa. Per questo vi aspetta ancora oggi, puntuale, sotto la sua abitazione inaccessibile o davanti alla più accogliente statua in via Cappello, sempre a Verona, per raccontarvi il segreto per diventare un autentico detective della meraviglia.

Foto di Alessandro Carrarini