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Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno. La grandezza di Federico Fellini e del suo cinema è dentro questa frase, fuori dal tempo e dallo spazio ma con una sua attualità sconcertante. Parrebbe strano pensarlo, quando l’aggettivo “felliniano”, che lo inorgogliva e imbarazzava al contempo, rimanda ad una dimensione epicurea ma malinconica che contiene già in sé il rimpianto di ciò che è sfuggito; ma la sua modalità narrativa larga, quasi indolente, quell’incedere del racconto per pennellate pittoriche è sempre con noi, oggi e probabilmente per sempre.

Fellini 100

Chissà cosa penserebbe Federico Fellini di questo strano anniversario, i 100 anni della sua nascita celebrati nel Museo della Città lo scorso 20 gennaio 2020. Lui che definiva se stesso “un artigiano che non ha niente da dire”, se per un gioco onirico fosse ancora vivo in carne e ossa rimarrebbe probabilmente sorpreso dal clamore con cui la sua città natia e l’Italia intera lo hanno ricordato; di certo, sarebbe contento di passeggiare ancora nel cuore dell’affetto che i romagnoli conservano per lui, lo stesso affetto che lui sentiva per la città.

Pur essendosi allontanato da Rimini nel 1939, alla volta di Roma, per inseguire il sogno del cinema, Fellini non se ne andò infatti mai completamente dalla terra di Romagna e sempre sentì per “il suo Paese”, come lo definiva, un sentimento di nostalgia che spesso ha tradotto come evocazione nelle sue pellicole. Se non riprese mai espressamente la cittadina in nessuna delle sue opere, nell’arco dell’intera produzione cinematografica del Premio Oscar Rimini ha sempre rappresentato un’insostituibile fonte di ispirazione sotterranea, nascosta, inconscia. Rimini pulsa in alcuni frangenti di “Amarcord”, ma anche nei “Vitelloni”, ne “La voce della luna”, in “8 1⁄2” e altri film. Non solo, Rimini è persino nei soggetti rimasti sulla carta, nelle fotografie, nelle interviste, nelle intenzioni: forse è il film che Fellini non ha mai fatto, ma che in realtà ha sempre girato di sottecchi.

L’itinerario per scoprire Rimini sulle orme di Fellini

“Rimini è una dimensione della memoria” era solito dire. Ed è la memoria, trasfigurata dalla forza creativa del grande regista, la traccia da seguire per assaporare l’anima di questa città: basta consacrarsi al segno felliniano del “tutto si immagina” e Rimini si trasformerà in un grande set cinematografico avvolto dalla poesia. Partendo magari dal dove si può vedere da vicino il “Libro dei Sogni”, all’interno del quale il Maestro ha trascritto e illustrato per oltre trent’anni i suoi viaggi da fermo notturni, materia di ispirazione per i suoi soggetti; oppure facendo una sosta a Palazzo Gambalunga, nell’omonima via, al civico 27, per consultare e toccare con mano documenti originali, foto di scena, disegni, sceneggiature, pubblicazioni.

E, dopo un veloce passaggio dalla sua casa natia, in via Dardanelli (non visitabile), pochi minuti a piedi e si arriva cinema Fulgor, all’interno di Palazzo Valloni, un palazzo neoclassico con una bella facciata liberty. È questo il luogo dove il piccolo Federico, seduto sulle gambe del padre, s’immedesima nei protagonisti dei grandi film dell’epoca, come “Maciste all’Inferno”. È qui che Titta, il protagonista di Amarcord, tenta goffamente di sedurre la Gradisca. È qui, in altre parole, che è nato tutto.

Ristrutturato e riportato agli antichi splendori grazie all’allestimento scenografico del premio Oscar Dante Ferretti, il Fulgor racchiude in sé tutti i segni della poetica di Fellini: appena entrati scoprirete un ingresso dai colori caldi, con volute di legno incurvato, listoni di ottone e una sinuosa e bellissima scala che ricordando le curve della Gradisca porta in galleria; poi, al piano terra, il foyer e le due sale cinematografiche “Giulietta” e “Federico”, ispirate allo stile hollywoodiano anni ’30. Più che un restauro, il ripristino delle strutture del Cinema Fulgor di Rimini è stata un’accurata opera di restituzione estetica volta a ricreare, all’interno e all’esterno, le atmosfere tanto care a Federico Fellini: un’emozione evocativa, ricca, avvolgente, propria di quelle narrazioni che non hanno età.

Dal Fulgor, a piedi, si può poi raggiungere il vecchio borgo San Giuliano, antico quartiere dei pescatori nato intorno all’anno Mille e luogo preferito da Federico e dalla sua Giulietta (Masina): sono le strade dove, mano nella mano, venivano spesso a passeggiare, magari anche idealmente volteggiando come Ginger e Fred tra i numerosi murales che raccontano il percorso cinematografico del Maestro.

Per completare la toponomastica in puro stile felliniano, vale infine sicuramente la pena di fare una passeggiata nel parco intitolato al Maestro, dominato dalla fontana dei Quattro Cavalli e prospiciente al mitico Grand Hotel. Inaugurato nel 1908 in piena Belle Époque, ed eletto monumento nazionale nel 1994, il Grand Hotel rappresentava, per il giovane Fellini, il simbolo dei desideri proibiti: era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo; in maturità, vi soggiornava ogni volta quando tornava a Rimini e per lui era riservata sempre la stessa suite, la numero 316 (a lui tuttora dedicata) dove fu colpito dall’ictus fatale nell’agosto 1993.

Fellini nell’immaginario

Se il Grand Hotel, come Rimini tutta, trasuda del genio e della immaginazione felliniana, è impossibile, da questa riva, non guardare l’orizzonte senza scorgere il mitico transatlantico Rex in transito, come mostrato nella bellissima sequenza notturna di “Amarcord” quando pieno di luci emerge misteriosamente dal buio. Anche se la scena fu ricostruita negli studi di Cinecittà, il Rex infatti ormai appartiene al mare romagnolo, al Grand Hotel e a Fellini, tanto che il regista e l’amata compagna Giulietta riposano nel cimitero di Rimini sotto la Grande pru”, scultura in bronzo realizzata da Arnaldo Pomodoro.

Si dice che Fellini sul set spesso cambiasse prospettiva seguendo il suo istinto. Ecco, davanti al Grand Hotel questo sguardo obliquo e visionario verso le onde vi risulterà del tutto naturale, accogliente e affascinante. E, dentro un film o un sogno che sia, anche voi, come Federico, vi troverete a esclamare: tutto passa, tutto è vita!

foto: archivio.federicofellini.it