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“C’è il pericolo di truffare con parole. È necessario tornare a sceglierle, a scrutarle per sentire se sono false o vere, se hanno radici in noi o se hanno soltanto le effimere radici della comune illusione” così si espresse Natalia Ginzburg in riferimento al successo di “Lessico Famigliare”. Lo scrisse nelle pieghe del romanzo e lo disse, intervistata, in varie occasioni. Riflettendo sul proprio processo creativo e tracciando il suo percorso autoriale-letterario, Ginzburg in “Cinque romanzi brevi e altri racconti” lo figura come un itinerario verso la “pura, nuda, scoperta e dichiarata memoria”: una nuova forma di realismo autobiografico dove l’io, il ricordo e l’adesione alla realtà della propria vita acquisiscono progressivamente spazio e dignità letteraria.

Le sue due famiglie: quella di nascita e quella editoriale, la casa editrice Einaudi

A tal proposito, ripercorrere la vita di Natalia Ginzburg significa intarsiare il vissuto delle sue due famiglie: quella di nascita (Levi) e quella professionale (Einaudi). Nat, come la chiamava l’amico Pavese, nasce a Palermo il 14 luglio del 1916 in una famiglia (il padre era uno scienziato e professore universitario triestino di origine ebraica) tutt’altro che convenzionale: Filippo Turati, Margherita Sarfatti, Giacomo Debenedetti sono solo alcuni dei personaggi che frequentavano casa Levi e che hanno determinato la storia culturale e umana del nostro Paese. Penisola che, guidata da una indole solo in apparenza sommessa, in realtà coraggiosa e corsara, Ginzburg percorrerà poi in lungo e in largo in tutta la sua estensione: lasciata quasi subito la Sicilia, ha vissuto a Torino, a Londra e a Roma, dove è morta nel 1991. In mezzo: si è sposata con Leone Ginzburg da cui ha avuto tre figli, si è nascosta in Abruzzo durante la guerra, è rimasta tragicamente vedova, si è risposata, ha cambiato molte case, si è iscritta al Partito Comunista, ha tentato il suicidio per poi tornare finalmente a scrivere con rinnovato vigore.

La forza narrativa di Ginzburg: “Lessico famigliare”

Una vita davvero epica, la sua. Suo padre quando era piccola la chiamava “impiastro per sempre”, perché non sapeva vestirsi da sola, né allacciarsi le scarpe, lasciava tutto in giro e aveva paura di andare a scuola da sola. È proprio su tutto quello che non sa fare, che non è in grado di capire, che fa fatica a gestire, che Natalia Ginzburg ha costruito una forza narrativa a tutto tondo. Ginzburg non è infatti solo l’autrice di “Lessico famigliare”, un capolavoro letterario che tira le fila di un’intera generazione: “ultima donna rimasta sulla terra” – così l’aveva definita Calvino nel 1947 sull’Unità – è stata nel secondo dopoguerra una delle poche (insieme a Goliarda Sapienza ed Elsa Morante) a cui è stato permesso di dare una voce effettiva, e per nulla docile, allo sguardo femminile. Profondamente femminile, attraverso un lessico domestico ma non casalingo, letterario ma non lirico, sofisticato e disadorno, personale e riservato, Ginzburg con la sola forza delle sue parole ha tratteggiato un nuovo modo di essere donna e di raccontarlo. Parole a prima vista quasi banali nella loro semplicità, ma in realtà pesate e pescate tra mille. Parole-mondo che vanno a unirsi in una prosa volutamente binaria: disperata e coraggiosa, gelida e intima, spartana e delicata, brusca e fragilissima. Così, il suo è un sussurro che diventa grido: tagliente, acuminato, indimenticabile.

“Mai letta una cosa così piemontese”, le dirà nel ’61 Calvino parlando de “Le voci della sera”. Non è un caso, dal momento che gli stretti legami con la casa editrice Giulio Einaudi segnano in mondo costante e profondo sia il percorso creativo – in qualità di autrice di narrativa, di saggistica e di teatro – sia l’attività editoriale di Natalia Ginzburg, che inizia nella seconda metà degli anni Trenta e si protrae in modo pressoché continuativo fino all’anno prima della sua morte. Famiglia natale, dell’infanzia, e famiglia professionale (e politica) propria dell’età adulta, sono dunque per Ginzburg non solo due ambiti biografici, ma anche due topos letterari.

Dalla famiglia, che sceglie come luogo privilegiato di osservazione, il suo occhio mira dunque in maniera sempre più tangibile al macro tema dei rapporti umani tanto che, da “Lessico Famigliare” in avanti, non è in pratica più possibile scrivere di relazioni umane senza pensare a lei. Chi quindi, a torto, considera Natalia Ginzburg semplicemente un’autrice di storie di vita ombelicale, vede solo una minima parte di ciò che ha realizzato; ma la sua riflessione artistica e critica va ben oltre: guarda al mondo che la circonda, parla del confronto fra individui. Dopo il successo di “Lessico Famigliare”, “Caro Michele” mette in prosa il crollo della famiglia; dalla medesima consapevolezza emerge il successivo “La famiglia Manzoni”; al culmine della disillusione si arriva con “La città e la casa”. “Il primo scandalo della Ginzburg è l’innocenza separata dall’ingenuità” ebbe a dire a tal proposito il critico Cesare Garboli, che la conosceva molto bene.

Ginzburg traduce Proust

La prospettiva collettiva dei suoi libri è, a ben vedere, il motivo per cui oggi, a distanza di trent’anni dalla morte della scrittrice, le sue parole hanno ancora qualcosa da dirci. Le opere di Natalia Ginzburg sono infatti in qualche modo ricerche antropologiche: non per nulla dense di persone, legami e oggetti usati come simboli e talismani, investiti di un valore poetico e politico come eredità di una attività di traduttrice che la portò, a soli vent’anni, a dar vita a una delle più belle versioni italiane della Recherche di Proust. “Una lettrice formidabile che si entusiasma difficilmente, incapace di mentire in fatto di gusto” la definì Cesare Pavese; dal canto suo Giulio Einaudi invece parlò di lei come “perno del lavoro editoriale negli anni dopo la Liberazione” e “coscienza critica della casa editrice”.  

Gli oggetti, i colori, i tessuti, gli accenti e i gesti; non importa di cosa scriva o da dove, o in quale epoca si torni a leggerla: la prosa della Ginzburg rimane. Chissà cosa scriverebbe oggi l’ultima donna sulla terra: probabilmente sottolineerebbe ancora una volta l’importanza non scrivere una frase perché è bella, ma perché è vera; ammonirebbe sull’importanza di preservare il vocabolario salvandolo dalla corrosione del tempo.             

Di sicuro, proprio perché il mondo si mostra a noi come appariva alla Ginzburg – enorme, inconoscibile e senza confini – ci ricorderebbe il valore etico e morale della testimonianza come unico mezzo che noi abbiamo di partecipare alla vita del prossimo, perduto e stretto in una solitudine uguale a quella di chi scrive. Perciò: guai a truffare con le parole.

Credit photo: Paola Agost