Autore: Emanuele Finardi

Villa Mosconi Bertani è conosciuta per essere stata un importante centro del Romanticismo grazie al poeta e letterato Ippolito Pindemonte nonché come luogo di nascita del vino Amarone, che ebbe origine nella cantina di questa villa, nel 1936.

Un buon vino non deve avere errori. O forse sono proprio quegli errori a renderlo unico. Non è dunque un caso che il vino Amarone abbia intessuto nel tempo un dialogo avvincente con la letteratura e il cinema. Tutti ricordano la celebre scena del film “Il silenzio degli Innocenti” in cui Anthony Hopkins/Hannibal Lecter racconta di aver mangiato il fegato di un povero disgraziato con un piatto di fave e un buon Chianti. In realtà nel romanzo di Thomas Harris, il dottor Lecter parla di Amarone: “Una volta un addetto al censimento cercò di quantificarmi. Mi mangiai il fegato con contorno di fave e una bottiglia importante di Amarone”, racconta Hannibal The Cannibal. Ecco un primo errore, ma continuiamo…

Uno dei primi estimatori dell’Amarone fu Ernest Hemingway che lo volle citare in uno dei suoi romanzi più celebri: “Addio alle armi”, mentre in “Di là dal fiume e tra gli alberi” cita il Valpolicella. Il 24 marzo 1954 il Gazzettino Sera riporta: “(Hemingway) ha detto che si fermerà a Venezia e che pensa di rimettersi dalle ferite riportate nei noti incidenti africani ponendosi qui ad una energetica cura di scampi e di Valpolicella”. Ecco un secondo errore, un vino rosso e corposo che sa di ciliegia associato agli scampi, tipico da americano… Ma non finisce qui: la love story tra l’Amarone e i grandi scrittori americani prosegue fino ai giorni nostri. Nel suo romanzo “Libertà”, Jonathan Franzen sceglie l’Amarone per la cena “degli errori”, la cena di rancori e tensioni che riunisce le famiglie dei protagonisti Walter e Patty in un ristorante chic di Soho.

Ma perché tutta questa attitudine tra l’Amarone e gli errori? Beh forse perché la stessa nascita di questo vino è legata a coincidenze, concatenazioni di eventi, errori. Sì errori. La storia vuole che un cantiniere della Cantina Sociale di Negrar, tale Adelino Lucchese, si fosse dimenticato una botte di Recioto in fermentazione e che, ricordatosi di controllare, avesse assaggiato il vino. La seconda fermentazione aveva consumato tutti gli zuccheri rimasti e l’aveva trasformato in un vino amaro e secco, tanto che sembra che il nome nasca proprio dalla famosa frase di Adelino, che all’assaggio ha esclamato: “questo non è amaro, è amaron!”.

Quale che sia la verità, è stata l’intelligenza dei vignaioli veronesi a trasformare un vero e proprio errore di produzione in un vino apprezzatissimo in tutto il mondo. In quell’errore provvidenziale, in quelle botti dimenticate di vino secco e amaro, c’era l’inizio di una storia di successo. Di un nettare, come declamava Pindemonte nell’ode “Arminio”, tale da “Far riviver gli estinti”. Tutto torna!