Statua di Dante Alighieri, Piazza dei Signori, Verona

Autore: Emanuele Finardi

A Dante Verona ha dedicato una piazza. No, non la scoprirete dalla toponomastica classica dove il luogo di cui parliamo è rubricato come “Piazza dei Signori”, ma chiedendo ad un qualunque veronese: egli vi dirà che questa è Piazza Dante, perché è dominata dalla statua del sommo Alighieri posizionata proprio nel suo mezzo.

Da lì l’autore della Divina Commedia ci guarda tutti altero e severo, reggente la sua opera con una mano, a sostegno dell’altro braccio con un dito al mento, mentre volge la testa assorto in pensieri profondi, talmente cupi che sembrano avvelenargli l’espressione. La statua è stata eretta nel 1863, per celebrare il sesto centenario della nascita dell’Alighieri, e si potrebbe dire che la particolare postura in cui è stato ritratto Dante sia stata una scelta stilistica, ispirata allo scultore Ivo Zannoni dalla cosiddetta linea “drammatica” celebrata da Raffaello nella Stanza della Segnatura in Vaticano. Ma forse c’è dell’altro…

Stranamente, nei testi ufficiali, non si parla molto della permanenza di Dante a Verona. Eppure vi soggiornò dal 1312 al 1319, scrivendovi parte della Divina Commedia nella quale sono molti i riferimenti alla città. In realtà il suo fu un ritorno, in quanto era già stato ospite degli Scaligeri sotto la signoria di Bartolomeo nei primissimi anni del ‘300. Andrebbe inoltre ricordato che il Paradiso, in gran parte scritto durante il soggiorno a Verona, è stato espressamente dedicato a Cangrande della Scala, il più famoso degli esponenti della signoria scaligera; e che la terribile porta dell’Inferno descritta da Dante porta impressi molti segni del particolarissimo portale scuro, bronzeo, della basilica di San Zeno, patrono della città. Tra l’altro alcuni eredi di Dante, i Serego Alighieri, tuttora dimorano nella città scaligera, producendo tra l’altro dell’ottimo vino.

Perché, allora, tutto questo assordante silenzio sul rapporto tra Dante e Verona e perché, se così tanta intimità vi era stata, quella espressione cupa, quasi violenta, rappresentata sul volto di Dante nella statua a lui dedicata nel cuore della città?

Forse un segno predittivo è dato dal fatto che Dante visse a Verona proprio negli anni in cui Sheakspeare ambientò “Giulietta e Romeo”, tanto che ne parlò nella Divina Commedia: “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom senza cura, color già tristi, e questi con sospetti (Purgatorio VI, vv.106-108). Dante visse a Verona gli anni dei Capuleti e dei Montecchi, dei grandi amori e delle grandi tragedie, ma in realtà anch’egli subì un grande dramma del cuore: perchè la città di Giulietta e Romeo dopo averlo sedotto, accolto, ospitato, alla fine lo ha anche illuso di poterlo accompagnare sino alla sua morte, rendendola magari più dolce. Ma così non è stato.

Infatti c’è un ultimo ritorno fatale e doloroso dell’Alighieri tra le mura scaligere, che pochi conoscono. Nel 1320 Dante è nuovamente a Verona dove in una fredda e nevosa serata, il 7 gennaio, nella chiesa di Sant’Elena, legge ai canonici e agli uomini di cultura veronesi la sua celebre Quaestio de aqua et terra, sperando di conquistarsi così l’ammissione all’insegnamento nello Studio (la scuola superiore di Verona che stava diventando un’università rinomata). Ma, al termine dell’audizione, gli venne misteriosamente preferito il maestro di logica Artemisio e Dante proseguì così il suo peregrinare fino alla morte l’anno seguente, a Ravenna.

Sul piedistallo del monumento che celebra l’autore della Divina Commedia, in quella Piazza dei Signori che i veronesi conoscono come piazza Dante, possiamo leggere “A Dante lo primo suo rifugio”. Primo ma non ultimo si potrebbe dire… ma di questo sgarbo i veronesi in fondo sanno.

Non per niente la motivazione con cui venne scelto il progetto di Zannoni, all’epoca solo ventinovenne, rispetto ad altri più importanti ed affermati scultori del tempo recita: “rendeva il vero concetto della grandezza e temibilità di quel sommo e lo ritraeva quale Egli dovea essere in Verona, meditabondo sul passato, nobilmente mesto dei suoi destini e vieppiù di quelli della sua Patria”.