Trieste, forse più di altre città, è letteratura; in questo riassume il paradosso di un luogo geograficamente non centrale, che sembra appartato, ma che ha saputo diventare il laboratorio in cui si sono sperimentati attivamente tutti i temi centrali della crisi novecentesca. In coerenza con tale aspetto, a scrivere di Trieste sono stati i suoi figli più illustri: Saba, Magris, ma soprattutto Italo Svevo. Perché scrivere di Trieste, da Trieste, è decidere in fondo di non avere una sola patria: non avere confini, né pregiudizi, né nemici e restare sospesi con la propria mente in un limbo dove tutto diventa possibile.
“Mi accorsi per la prima volta che la parte più importante e decisiva della mia vita giaceva dentro di me, irrimediabilmente”. In questa frase c’è molto della vita e della letteratura di Italo Svevo, pseudonimo che Aron Hector Schmitz, nato a Trieste il 19 dicembre 1861 in una famiglia della borghesia ebraica, decise di adottare proprio come omaggio alla cultura mitteleuropea che da sempre caratterizza il capoluogo della Venezia Giulia.
Formatosi sugli scrittori realisti francesi, sulla filosofia di Schopenhauer e gli scritti di Sigmund Freud, Svevo introdusse nella letteratura italiana una visione analitica del reale, sottoposta a una continua interiorizzazione, sempre attenta ai moti della coscienza. L’indagine sull’inconscio, spesso mutuata dall’ironia e dal grottesco, diventa protagonista delle sue opere che presentano sempre un eroe negativo, preso da una “malattia” che altro non è che la condizione di crisi esistenziale di una società priva di valori. Partendo da tale incipit teorico e filosofico gli eroi di Svevo, di cui Zeno Cosini è l’assoluto emblema, hanno un “difetto sacro”, una mancanza a cui si affezionano e si appassionano trasmettendo al lettore la sensazione di un’esistenza che appare loro tragica e insieme comica, tanto quanto la coscienza è un gioco assurdo di autoinganni più o meno consapevoli.
In coerenza con tale convinzione, Svevo come narratore aderisce via via negli anni ad un’architettura particolare, quasi a tradurre la morfologia geografica e storica di Trieste in vocazione narrativa: il romanzo nel senso tradizionale viene dunque sostituito sul piano strutturale dal diario, un formato aperto e senza confini in cui il racconto si svolge in prima persona e non presenta una gerarchia nei fatti narrati. A ulteriore conferma della frantumazione dell’identità del personaggio narrante, del suo essere “sulla frontiera” tra pulsioni mediterranee e disciplina asburgica, il protagonista sveviano non è più una figura a tutto tondo, un carattere, ma una evocazione riflessa che si costruisce attraverso il ricordo, ovvero ciò che egli intende ricostruire attraverso la sua coscienza. La progressione del racconto di conseguenza diventa più circolare che spinta ad un obiettivo, errare di cui ancora la malattia di Zeno, con tutti i suoi inutili quanto puntuali proponimenti di smettere di fumare, è l’esempio rimasto nella storia. A replicare la vocazione di Trieste come città-mondo, la malattia di Zeno in tal senso è da un lato “immaginaria”, dall’altro “reale”: immaginaria perché inventata, reale perché gli condiziona di fatto tutta la vita.
La vera malattia non è tanto quindi il tabagismo (che comunque nel romanzo resta irrisolta), ma l’alienazione, la netta divisione fra la ragione con cui egli analizza criticamente le contraddizioni della realtà e la volontà (i sentimenti) con cui cerca di affrontarle: una ambizione che resta sempre impotente, conformistica, vuota. In questa condizione la psicanalisi non serve come terapia ma solo come metodo d’indagine dei sintomi della malattia: essa può solo offrire la coscienza della voragine, non l’esperienza del suo superamento. Svevo, in pratica, si serve della psicanalisi per condannare l’ipocrisia della società borghese con la stessa logica con cui all’interno del suo percorso ha fatto confluire filoni di pensiero contraddittori e difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, che parte dalla lezione di Darwin per arrivare al marxismo, dall’altro il pensiero negativo e antipositivista di Schopenhauer e di Nietzsche; da tutti assume gli elementi critici e gli strumenti analitici e conoscitivi piuttosto che l’ideologia complessiva.
Analogamente, sul piano stilistico-espressivo, Svevo segue funzionalmente la tecnica del monologo interiore e del flusso di coscienza che porta ad un testo con una continua alternanza di piani temporali: che presenta gli avvenimenti in una cronologia tutta soggettiva che mescola piani e distanze, passato e presente in un movimento incessante. Si tratta di una concezione del tempo che, inaugurata da Marcel Proust, si rifà alla filosofia di Henri Bergson rivista attraverso la mimesi con James Joyce. Da Joyce, che Svevo ha conosciuto personalmente a Trieste e di cui è diventato amico, viene in particolare l’idea di scavo della coscienza umana come attività continua, ineludibile e allo stesso tempo incapace di arrivare ad una risposta. Per questo Svevo, assieme a Pirandello e Kafka, è una delle voci soliste nel coro europeo che all’inizio del Novecento scopre il volto enigmatico e oscuro del vivere come sindone dello scacco dell’individuo di fronte alla vita. Uomini che, lungi dall’essere definiti dalla loro natura sociale, trovano i loro tratto distintivo negli impulsi più segreti e oscuri che li paralizzano; interpreti dissociati e contraddittori del pensiero e dell’agire; individui sempre del tutto incapaci di reagire.
Svevo vive e scrive tutto questo in una delle città più letterarie d’Italia, spesso guardando il mondo da uno dei luoghi a più alto tasso narrativo d’Europa, il Caffè San Marco; un posto dove andavano tutti – Svevo, Joyce e Saba – al tempo in competizione con l’altro salotto per eccellenza della città, il celebre Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità d’Italia. Proprio qui, in una delle più belle piazze del mondo, aperta su un lato sul golfo di Trieste, si gode un orizzonte sconfinato che abbraccia due nazioni, lungo un profilo di roccia che appare come una costa mediterranea e insieme nordica: scogliosa, ventosa, selvatica, con colori smorzati ma folli e luci crude, contrasto di bianco acuto, d’argento, di piombo.
A ben vedere Italo Svevo non poteva che nascere qui, scrivere da qui e avere Trieste come teatro del suo errare nei meandri della coscienza umana: una città dritta sul mare, sussulto verticale dove acqua, colli e pietra appaiono parte di un solo quadro; dove ogni muro, ogni via, ogni palazzo sembrano di marmo ma, in realtà, è tutto fatto di vento e di carta.
Carta scritta con la grazia scontrosa di una confessione a sé stessi.
foto da Wikipedia – Dan00nad

